L'innocenza, diretto da Hirokazu Kore'eda (titolo originale Monster), è un film drammatico che esplora la complessità della verità attraverso punti di vista multipli. La vicenda segue Saori, madre single, che si preoccupa quando il figlio Minato inizia a comportarsi in modo strano dopo una rissa a scuola. Saori accusa l'insegnante Hori di maltrattamenti, ma la narrazione si espande rivelando che Minato è in realtà il bullo che prende di mira il compagno Eri, un bambino effeminato e vittima di abusi familiari. Provo* * sentimenti contrastanti. La prima parte del film è straordinaria: la storia è costruita con una delicatezza e un realismo che ti entrano dentro. La narrazione a incastro, che ci mostra prima il punto di vista della madre e poi quello dell'insegnante, crea una tensione emotiva fortissima, affrontando temi difficili come il bullismo e l'incomunicabilità con una maturità rara. Tuttavia, proprio quando il film sembra avviato verso una conclusione coerente con il tono drammatico iniziale, qualcosa si rompe. La terza parte, quella dedicata interamente ai due protagonisti, Minato e Yori, mi ha lasciato perplesso. Sebbene l'intenzione poetica sia chiara, la svolta narrativa appare troppo forzata. La relazione tra i due ragazzi, pur toccante, viene portata a un livello di intensità e consapevolezza che sembra esagerata per la loro età. Undici anni sono pochi per gestire quel tipo di carico emotivo e quella fuga finale "edenica" stona violentemente con la concretezza cruda dei primi due atti. Quel finale, che molti definiscono liberatorio, a me è parso troppo spinto, quasi un tentativo di risolvere nodi sociali complessi con una soluzione fiabesca che non convince fino in fondo. In sintesi: una sceneggiatura brillante e una regia impeccabile che però, nell'ultimo quarto d'ora, sacrificano la credibilità psicologica dei personaggi sull'altare di un simbolismo forse troppo ambizioso. Un grande film, che però poteva essere perfetto osando meno proprio dove ha osato di più.
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